Il mio viaggio in Cina - Giorno 9 - Volare a casa -

Abbiamo scoperto il Lignan Tiandi troppo tardi. E pensare che ce l’avevamo sotto l’albergo e io, nelle serate che uscivo sulla terrazza, lo vedevo lì brillare dall’alto della mia stanza al 12° piano. Guardando le luci pensavo: ma guarda te ‘sti cinesi che sotto i grattacieli alla “Blade Runner” hanno fatto ‘sto villaggio di casette coloniali pieno di alberi. Altro che casette: il Lignan Tiandi è una sorta di centro commerciale all’aperto, ristrutturato in stile coloniale, con più di 100 tra negozi e ristorantini tipici. Se vogliamo la Montmartre cinese di Foshan.

Insomma siamo riusciti a farci solo due serate in uno di quei pochi posti a Foshan dove, se arrivi alle 23, ti danno ancora del cibo. Naturalmente, stanchini di mangiare cinese o “kind of”, abbiamo scelto un ristorante italiano per mangiare greco e messicano. Si non mi sono impazzita, ho mangiato forse il mio cibo preferito dopo il Coleslaw inglese: la TzaTziki con la pita, una delle cose stra-buone che ho scoperto durante il mio primo viaggio in Grecia. Naturalmente, essendo la TzaTziki una salsa fatta con tanta erba cipollina, non ho trovato uno spasimante nemmeno quella sera. 

Insomma tra erba cipollina e peperoncino piccante abbiamo risolto anche l’ultima cena. Torniamo in albergo e ci diamo appuntamento per le 4. Orario di partenza: 4 e 30 del mattino.

Non dormiamo dai, facciamo “tutta una tirata”

L’idea era quella di arrivare direttamente nella Hall ad aspettare Kin Yu, la nostra guida a Foshan, per andare con lui fino a Canton. Se vabbeh. Tutti crollati. Io ho perso tempo tra doccia, fai la valigia, scrivi una mail (senza riuscire a inviarla per l’assenza del WiFi) rolla una decina di sigarette con il tabacco comperato a Fiumicino per allenarmi e per prepararmi a quello che sarà il viaggio in aereo più lungo della mia vita.

Ora molti di voi avranno fatto doppio scalo in una giornata. Ecco la mia Cina rappresenta il battesimo di tante cose: tribuna stampa in un Mondiale, primo articolo sulla pagina di uno dei quotidiani più letti in Italia, primo articolo in assoluto sul calcio e primo doppio scalo per tornare a casa per un totale di 2 decolli, 2 atterraggi e 14 ore di volo. Niente male per una che aveva paura di prendere l’aereo fino a 12 anni fa e non immaginava di farlo in Cina, un paese dove per scelta (sbagliando) non sarei mai atterrata. 

Dicevamo: partenza ore 4:30. Il bus mette in moto e le teste già ciondolano da una parte all’altra, russando, senza ritegno, davanti alla giovane faccia sbalordita della guida orientale. Arrivati a Canton cerchiamo il desk del check-in. Ci mettiamo in fila e consegnamo i bagagli alla signorina dell’Air China alla quale diciamo:

mi raccomando ci metta tutti insieme!

Poi un giro veloce, gate d’imbarco, prendiamo posto (la signorina ci ha buttato a caso come bastoncini di Shanghai in mezzo ad altri 300 orientali) e si vola. La sensazione di avvicinarti a casa è bellissima. Ma non è questo il volo che ci porterà in Patria. Atterriamo a Beijing o Pechino fate voi, circa tre ore dopo. Scendiamo, cerchiamo la porta dei transiti, passiamo velocemente di nuovo i controlli compilando, a mano, anche una scheda con dati personali, per lasciare il paese.

Mi viene sete. Ho ancora qualche Giovanni nel portafogli. Mi aspettate qui che vado a prendere l’acqua dal distributore? Ho tremato: e se mi chiedono WeChat anche per l’acqua? Niente paura. Per l’acqua cash ma, attenzione, solo tagli da 1, 5 e 10 Giovanni. Guardo il portafogli: un taglio da 20 ed uno da 50. Che non so 20 euro e 50 euro ma il corrispettivo circa di 3 euro e 7 euro. Quindi mi faccio venire un’idea: mi fermo da Costa (qui tra Costa e Starbucks hanno colonizzato la città) acquisto un Loacker (pensa te) e cambio i miei 20 Yuan in un prezioso pezzo da 10 e spicci. Torno al distributore. Nel frattempo l’acqua è terminata. Ci sono altre 27 bevande di ogni tipo ma l’acqua NO. Mi si secca ancora di più la gola. Devo bere. Vado verso il gate E16. Vedo un altro distributore. Inserisco 4 monete da 1 Giovanni e seleziono l’acqua. Nulla. Il maledetto marchingegno mi ha preso i miei 4 Giovanni. Faccio per chiedere a un assistente di terra ma questo a gesti, naturalmente, mi dice che non ha capito quello che voglio, gira le spalle e si allontana. Tento con l’ultima chance della banconota da 10. Ci siamo. Il distributore mi sputa (anche lui) fuori la bottiglia. In fretta svito il tappo e bevo con le allucinazioni. Ce l’ho fatta.

Raggiungo il gruppo che è seduto al Gate e uno di loro si è addormentato con la testa appoggiata a una ragazza che per paura di svegliarlo è immobile e mi guarda con aria interrogativa. Finalmente l’imbarco. La ragazza scivola via con la sua mirabile arte orientale senza far svegliare il mio amico che, per evitare di spezzarsi l’osso del collo, con un gesto riflesso, apre gli occhi, si alza in piedi e inizia a camminare. Sembra surreale come scena. In fila, biglietto strappato, saliamo, prendiamo posto e partiamo. Viaggio lungo, lunghissimo. Sonno tanto ma i posti in economy sono stretti da morire e non riesco a poggiare la testa da nessuna parte. Mi tengo sveglia. Mi guardo tutte le serie scaricate da Netflix e nel frattempo seguo la rotta dell’aereo. L’Europa si avvicina. Passano anche queste 11 ore. Ci siamo. Fiumicino. Un miraggio. Scendiamo, recuperiamo i bagagli e ci allontaniamo verso l’uscita. 

Un saluto veloce e mi fermo a fumare una sigaretta in pace, a guardare il cielo di casa mia: blu, limpido, con uno spicchio di luna meraviglioso. E penso a questo viaggio.

La Cina mi ha fatto capire tante cose: le persone sono diverse ma questo non vuol dire che siano migliori o peggiori. Sono solo diverse. Mi ha fatto capire che puoi superare limiti mentali, di tempo e di luogo e che se desideri una cosa non devi fermarti, mai. Mi ha fatto comprendere quanto è grande il Mondo e anche quanto è piccolo e quanto siamo sciocchi quando paure e fobie ci tolgono l’opportunità di visitarlo e di vivere esperienze che faranno di noi persone diverse rispetto a quando siamo partiti. E mi ha lasciato la certezza che è un paese così differente da quello che immaginiamo.

Aspetto un po’. Sono al T3. Guardo le macchine arrivare e andare via. Poi mi volto. Sono fortunata. Lo riconosco da lontano. Per me stasera il ritorno a casa vuol dire anche un abbraccio e un sorriso che mi mancava da un po’. Tutto italiano.