Mare eterno. Parte quinta: non voglio dimenticare -

La storia si conclude qui. Raccontare è ricordare, tenere sempre a mente ciò che ci ha fatto sentire vivi, anche nel momento di grande dolore e sconforto. Sono serena da lungo tempo ma non voglio dimenticare. Questo racconto è come una preghiera, di quelle che si recitano prima di andare a dormire e che ci ricordano chi siamo e perché siamo diventati grandi. Buffo. Ogni tanto medito sul fatto che lui si sia fermato a 33 anni mentre noi siamo cresciuti, alcuni sono invecchiati, alcuni, come Rossano, il nostro amico e fratello, non ci sono più. Ma questa è la vita. Prima o dopo il ciclo si chiude e anche nella fine possiamo intravedere il nostro destino, il filo conduttore di tutta la nostra esistenza. Lui è uscito di scena in maniera impetuosa nello stesso modo in cui aveva vissuto, lasciando in noi un ricordo indelebile. Questo perché, in fondo, dietro ogni piccola storia di esseri umani qualunque ogni tanto qualcuno di loro si trasforma in un mito.


Lui rimase nella mia vita per poco tempo. Una mattina non venne in ufficio come al solito. E sul tardi arrivò la chiamata di un collega con il quale avrebbe avuto appuntamento per un servizio esterno. Non si era presentato. Non c’erano i cellulari allora e iniziammo a fare un giro di telefonate, scivolando da una cabina telefonica all’altra. Era il 10 gennaio 1996. Era uscito a pesca la mattina presto con un amico. Lo faceva spesso prima di venire a lavorare. Partito dal Porto del Circeo con un gozzo di legno, volevano scoprire Torre Paola e andare a spigole. Sotto la torre, nel punto in cui il lago si butta nel mare, si era creato un gioco di correnti pericolose. Le stesse che quella maledetta mattina ribaltarono lo scafo. Il mare era spumoso, faceva freddo e c’era un vento non trascurabile.

Oltre ad essere vestito indossava anche i suoi stivali nuovi gialli, di quelli oltre il ginocchio. Il mare lo inghiottì. L’altro ragazzo si salvò e fece fatica, pur essendo più giovane e abituato al mare, a raggiungere la riva. Nelle poche parole che gli ho sentito dire sul fatto, negli anni a venire, ha sempre sussurrato che credeva di non farcela a raggiungere la spiaggia, che si era voltato ma non l’aveva visto. Era andato giù immediatamente.

Dal giorno successivo e per 5 lunghi e interminabili giorni, restammo sulla riva ad aspettare che pietosamente quello che era stato il suo grande amore, non si tramutasse in una tomba eterna e restituisse almeno il corpo dopo averlo avvolto e amato fino alla fine. Io ero lì in mezzo a tanta gente su quella stessa spiaggia dove mi aveva portata la prima volta, quella sera di inizio primavera dell’anno precedente. Alla fine il 15 gennaio l’acqua lo posò sulla riva a diversi chilometri, verso la Bufalara. Il suo ultimo vestito bello: quella camicia a quadri gialla e blu e un gilet con tante tasche color verde militare che a lui piaceva tanto. Al funerale la cattedrale non riuscì a contenerci tutti.

I primi tempi rimanevo appositamente da sola nel nostro ufficio. C’era un corridoio lungo che portava dalla nostra stanza fino all’uscita. Mi mettevo alla fine del passaggio, quasi sulla porta della firma e fissavo la fine di quel corridoio aspettando di vederlo venire verso di me con il casco in mano, con quel sorriso e i capelli sempre arruffati sulla fronte.

Sono passati più di 20 anni dalla sua morte. In questo tempo infinito mi sono sposata e sono rimasta legata al Circeo. Ho imparato ad andare per mare, a pescare, a pulire e cucinare il pesce.

Ora, passata tutta questa vita, i miei ricordi sono sfocati: sono sbiaditi assieme al dolore. La sua voce non la ricordo più. Ogni tanto chiudo gli occhi e cerco di disegnare il suo viso nella mia mente e appena posso, scappo su quella spiaggia dove mi ha portato la prima volta. La osservo con invidia: Torre Paola. Quella torre che, sono certa, sia stata l’ultima cosa che hanno guardato quegli occhi marroni, scuri come la notte, prima di perdersi nel blu del mare eterno. Per sempre.

 


 

Parte quarta