Mare eterno. Parte quarta: la prima battuta di pesca e le torri dei templari -

Cosa si prova a mettere piede su di una barca ed essere consapevole di non saper nuotare? Avevo 27 anni. Non mi preoccupavo assolutamente di questo. Poi c’era lui e mi sentivo al sicuro. Lui e il mare. Per anni ho pensato che il mare lo avesse tradito e invece non è stato così e poi lui sognava di pescare e non di nuotare. Questa è la quarta parte del racconto che ho scritto per l’antologia Mi ricordi il mare e che domani terminerà con la chiusura della storia. Una storia probabilmente come ce ne sono tante tra di voi, storie di improvvise assenze avvenute in maniera tragica. Ognuno di noi dovrebbe cercare di raccontarle per tenere a mente dei particolari che, il tempo, inesorabilmente cancella. Sono proprio quei particolari che lo stesso tempo trasforma in balsamo per le ferite.


Mantenne la promessa.

Arrivammo al porto del Circeo nel primo pomeriggio dopo una giornata di lavoro.

Il piazzale del porto era semi deserto. C’era solo Mario al distributore, Enrico e Fabrizio al bar e zio Giovanni nel piccolo emporio in fondo a destra del porticato, appena scese le scale, quelle che collegano il piazzale con la passeggiata dove c’è la Capitaneria di Porto. Quella fu la mia prima discesa al porto ma avrei passato in quel posto lunghi anni felici. Allora non potevo saperlo e feci caso solo che c’era un’altra torre sopra la spiaggia dietro il parcheggio.

 

“Cosa sono tutte queste torri?” – chiesi – “Dici le torri dei Templari? Tu non hai idea di che storia si nasconda dietro questo piccolo villaggio. Io le torri le uso come punti a terra per non perdermi, probabilmente come hanno sempre fatto per secoli i pescatori quando sono in mare. Ma queste torri hanno altro da raccontare” – disse tutto d’un fiato.

 

Effettivamente San Felice Circeo fu un avamposto fortificato dello stato pontificio e se vi capita di salire su in paese, dietro la chiesa patronale, ci sono alcuni locali dove sono conservate ed esposte le piante antiche del paese e del territorio assieme ai vestiti e finimenti dei templari.

 

Smisi di pensare alla storia e alle torri. Lui mi stava guardando impaziente dal pontile. Aveva un gozzo di legno ormeggiato tra le vele. Per me era la prima volta che salivo in barca e andavo per mare e mi vergognai a dirgli che non sapevo nuotare. Pensai che, qualora ne avessi avuto bisogno, mi avrebbe salvata lui. Ero talmente eccitata dal trovarmi lì che non avvertii nessun pericolo imminente. I preparativi furono lunghi: ami, lenze, canne, mulinelli ed esche. Imparai tutti i nomi, la differenza tra uno 015 e uno 025, la portata del filo, come si innesca il vivo e come si pesca con l’ancorotto. Insomma mi fece un corso accelerato.

La verità è che all’inizio ascoltai per cortesia: in seguito la traina sarebbe diventata una vera fissazione anche per me. Ma quella prima volta ero concentrata a non cadere in acqua. Uscimmo. All’inizio la superficie era ferma ma come scoprimmo la montagna il gozzo iniziò a ballare. Non ero preparata a questo, ma alla fine mi piacque. E non poco. Guardare la riva dal mare aperto, il profilo della montagna, la potenza dell’acqua sotto di noi mi faceva sentire viva.

Tre ore volarono.

Non pescammo nulla.

Imparai che la pesca è fatta di attesa, di tempi interminabili e di battute senza prede. Capii cosa lui rincorreva ogni volta che usciva. Compresi che quello che lo affascinava era il rituale, i profumi e il mare stesso.

Non riuscii più a farne a meno: da quel momento e per lunghi anni, mi legai a doppio nodo con la riviera di Ulisse.

Quando la vita mi ha allontanato da quelle sponde, molti anni dopo, ho sofferto tantissimo.

Torno ancora oggi di nascosto a respirare il mio mare e a guardare quei colori e sentire quella sabbia unica, dorata e leggera.


 

 

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