diritto all'oblio

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Quanto se ne parla di diritto all’oblio. Il nostro mondo, ormai essenzialmente digitale, ci sta spingendo verso la protezione dei nostri dati, dei nostri ricordi, delle nostre storie, in maniera estrema e spasmodica, quasi a voler nascondere le nostre identità anche da noi stessi.

 

Ma oblio è una parola che in sé nasconde angoscia.

 

L’italiano è una lingua così singolare con tutte le sue sfumature che a volte appare terribilmente disarmante. Oblio è vuoto, assenza di ricordi… chi realmente vuole essere dimenticato? Pensateci. Tutta questa sovraesposizione di noi stessi sui social e nel web, ci porta inconsciamente a ragionare sul fatto che nessuno di noi vuole assolutamente essere dimenticato, altro che diritto all’oblio. Come se, affidando le nostre emozioni al sistema binario, restassimo immortali, incastrati nella trama di una timeline di Facebook, di un feed di Instagram, nel ricordo di tutti, oltre la morte, oltre la vita.

La cultura digitale è l’evoluzione di una psicologia profonda dell’individuo e quando trattiamo di temi digitali dovremmo considerare che al centro di tutto c’è lui: l’uomo.

 

Chi di noi vuole veramente rivendicare questo diritto all’oblio?

 

Chi vuole scomparire realmente portando con sé tutte le sue parole, le sue emozioni e i suoi sorrisi? Rifletto su questo tema da qualche anno grazie a “Il libro digitale dei morti” di Giovanni Ziccardi che tutti dovrebbero leggere per meditare sul nuovo mondo tecnologico e sulle persone che affidano vite intere alla rete.

Probabilmente non serve cancellare, distruggere e archiviare… obliare. È necessario essere consapevoli, questo è certo,  ma non distruttivi.

 

In fondo penso che ci sia stato dato lo strumento per diventare in qualche modo immortali.

Lo credo fermamente.

 

E ci rifletto soprattutto ora che per me oblio vuol dire guardare gli occhi di chi amo e non vedermi più riflessa nei suoi ricordi. Non c’è nulla di più crudele, ironico e paradossale al tempo stesso che essere dimenticata dal proprio padre, sentire di non essere più protetta, percepire che quei dati contenuti in quel cuore e quel cervello siano stati cancellati, per sempre. Lui che pensava di essere immortale.

Per questo scrivo, perchè spero, mi illudo e sogno che un domani, tra dieci, cento o mille anni, in questa dimensione digitale, gli atomi dell’anima possano trovare una via d’accesso e leggere le parole e comprendere che l’amore sopravvive anche all’oblio.

 

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