J come Journalist in Cina: io a Piazza Tian’anmen non sono potuta entrare -

Lo scrivo oggi, a distanza di tre mesi, perché in tutto questo tempo ho provato a far pubblicare questo articolo ma nessuna testata si è presa la responsabilità o la briga o l’interesse di farlo. Potevo scriverlo il primo giorno del mio arrivo in Cina ma ho capito che se lo avessi fatto avrei avuto, assieme a Mario Arceri, il mio esperto collega che ha girato il mondo assieme agli azzurri, seri problemi per seguire i Mondiali di basket in Cina.

In questo blog scrivo pensieri e fatti, personali e pubblici, ma questa storia che sto per raccontarvi è l’esempio che nelle nostre piccole vite accadono cose che possono prendere delle pieghe pericolose se non si mantiene la calma e la lucidità nei momenti più tesi e imprevisti.

Eravamo così eccitati di essere arrivati a Pechino che, lasciati velocemente i bagagli in albergo, ci siamo avventurati verso Piazza Tian’anmen e la Città Proibita. Prima di partire sia io che Mario avevamo già avuto difficoltà nel farci rilasciare la Visa, attendendo più dei nostri compagni di viaggio, per poi vederci autorizzare un visto di 15 giorni dalla data d’ingresso: giusto il tempo della validità dell’accredito per prima e seconda fase dei Mondiali.

Mentre camminavamo verso la Piazza del 4 maggio, ripensavo alle parole di Hu Yuan, uno dei più importanti scrittori cinesi contemporanei, che ricordava al lettore che

“…i mezzi d’informazione cinesi hanno fatto calare il silenzio su Tian’anmen. Non ho mai più letto nemmeno due righe in merito, sembrava non fosse accaduto nulla. Tian’anmen è scomparsa persino dalla memoria di coloro che avevano partecipato alla manifestazione”

e che i fatti della primavera e dell’estate 1989 a Piazza Tian’anmen si preferisce non ricordarli allo stesso modo delle vittime che quelle giornate di rivolta culturale si è portata via. Camminavo e immaginavo le guardie, i carri armati e la rivoluzione. Con questi pensieri in testa arrivai con il mio gruppetto ai tornelli della Piazza. Questo luogo “pubblico” viene transennato la sera al tramonto e l’accesso viene regolato e monitorato con lettori di ID card e passaporti e il controllo bagagli come in tribunale o in aeroporto.

Fermarono me e Mario mentre passavamo i passaporti sul rilevatore. Due guardie ce li tolsero dalle mani e ci fecero cenno di metterci da un lato. Scattarono due foto ai nostri visti e le inviarono con il cellulare. Iniziarono a telefonare: conversazioni incomprensibili. Dopo circa un quarto d’ora in piedi in mezzo alle altre persone che, dopo il controllo di rito, continuavano ad accedere all’area, ci fecero accomodare in una stanzetta a vetri: due sgabelli e un tavolino azzurro pallido, quasi un banco di scuola. Non ero particolarmente agitata. Mi aspettavo qualche domanda in più. Ma il quarto d’ora iniziò a diventare mezzora. I due ufficiali che ci avevano fermato, gentilissimi ma con poca dimestichezza con l’inglese, ci chiesero perché eravamo in Cina. Improvvisamente qualcosa cambiò. Uno dei due azionò la saracinesca che isolava la vista dall’esterno e chiuse la porta. Io e Mario eravamo in un gabbiotto isolato dal resto. Soli. Si accese la luce e piombò il silenzio nel piccolo ufficio così essenziale da sembrare surreale. 

La porta si aprì ed entrò un ufficiale con un gran sorriso. Il contrasto del sorriso e dei guanti azzurri di lattice che portava in mano, assieme ai nostri passaporti, spazzò via tutta la mia apparente serenità: ero a 10.000 km da casa, chiusa in un ufficio di governo Cinese, con il telefono che non prendeva e per parlare con questa persona dovevo usare una lingua che non era la mia. In testa mi venne solo un pensiero: il Presidente. L’unica persona che poteva fare qualcosa per noi e che era già in Cina dal giorno prima. Se mi avessero chiesto di fare una telefonata l’avrei fatta a lui. Questo mi restituì una leggera lucidità.

L’ufficiale iniziò con poche domande veloci e un preambolo che non comprendevo pienamente quindi, con molta cortesia, gli chiesi di spiegarmi meglio, più lentamente, la questione. Lui sfoggiava il suo inglese quasi perfetto (per fortuna) ma sempre con un timbro veloce. Feci un po’ di fatica ma compresi cosa mi stava chiedendo. Voleva sapere perché volevamo entrare nella Piazza. Poi si fece scrivere esattamente le testate per le quali avremmo scritto dalla Cina, che cosa pensavamo di scrivere e si assicurò quale fosse il nome del nostro albergo. Fino a quel punto nulla di strano. A seguire iniziò con le domande personali: da quanto tempo ci conoscevamo io e Mario, perché ci conoscevamo, perché eravamo insieme in quel momento, perché, visto che lui era direttore di giornale, io non lavorassi con lui e altre domande di questo tipo, insistenti, ripetitive, in un loop quasi ironico.

Continuava a spiegarci che il nostro era un visto per giornalisti e che c’erano delle regole precise per poter accedere in Piazza Tian’anmen ma se noi avessimo insistito con il voler passare, lui doveva prendere provvedimenti e interrompere la validità del nostro visto e, di conseguenza, non consentirci di restare nel paese e svolgere il nostro lavoro. Capii che la situazione poteva sfuggire di mano: anche Mario era visibilmente contrariato.

Cercai di rassicurarlo che noi non avevamo nessuna intenzione o volontà di rinunciare al nostro lavoro e che la passeggiata e il desiderio di visitare la Piazza era solo il frutto di una curiosità culturale personale. Lui continuava a ripetere più volte la stessa domanda: “cosa avete intenzione di fare? volete entrare o volete andare via?” La sensazione fu che volesse sentire da noi la risposta: “vogliamo entrare a visitarla”.

Dopo averlo convinto con estrema cortesia che avremmo preferito allontanarci da Piazza Tian’anmen e dopo aver scelto con cura le parole più moderate per uscire da questa situazione, l’ufficiale ci disse che l’albergo non aveva avuto il tempo di registrarci e che stava chiedendo all’ufficio stranieri cinese se avesse notizie del nostro ingresso perché, al momento, non eravamo presenti in nessun elenco. La conferma arrivò. Come se volesse registrare la conversazione, iniziò nuovamente con le stesse domande: ci chiese di nuovo il motivo della visita, ci chiese quale città avevamo intenzione di visitare e per quanto tempo e così via. 

Intanto l’orologio scorreva e il nostro quarto d’ora iniziale era diventato un’ora. L’ufficiale smise di parlare e sorrise. Ci fu una pausa di qualche secondo al termine della quale ci invitò a dargli le nostre business card, i biglietti da visita. Le osservò, ci guardò e ci disse che lo avevamo convinto. Fece cenno con la mano e ci invitò ad alzarci. Ci disse che, di ritorno da Foshan, sapendo che saremmo ripassati per Pechino, se lo avessimo desiderato avrebbe potuto accompagnarci lui stesso a fare un giro. Surreale. Lo ringraziammo educatamente ma gli comunicammo che la nostra sosta su Pechino al rientro sarebbe stata breve. 

Lui distolse lo sguardo e fece cenno al collega di alzare la saracinesca. Finalmente la luce entrò nel gabbiotto. Tornò a essere una scatola di vetro trasparente con la vista sulle persone che avevano smesso di entrare perché la Piazza era stata di nuovo transennata. Si rivolse verso di noi e ci invitò a uscire. Non ce lo facemmo ripetere due volte. Il ricordo più vivo che ho è che stavo controllando anche i movimenti, addirittura la mimica del viso: volevo evitare che un cenno o un’ombra negli occhi mi riportasse su quella sedia per tornare a rispondere alle stesse domande o, peggio ancora, ad altre più insinuanti. Ci accompagnò fuori dove trovammo i nostri amici, visibilmente preoccupati.

Si voltò un’ultima volta verso di noi e, sempre sorridendo, ci indicò la fine del marciapiede: “Se volete potete fare una foto da qui”. Scattai velocemente una fotografia con il cellulare ma la mano mi tremava per la tensione. Lo salutammo, lo ringraziammo e ci allontanammo velocemente. Andando via non mi sono mai voltata. Ho iniziato a guardarmi intorno e notare tanti dettagli, ho iniziato a muovermi sulle punte e leggera, in silenzio.

Questa sensazione, la volontà di diventare invisibile, mi ha accompagnata durante tutto il mio viaggio in Cina, ogni volta che ho visto una telecamera, ogni volta che mi hanno chiesto il passaporto o fatto passare la mia borsa al controllo. Ho passato controlli per entrare negli alberghi, nei luoghi pubblici e in tutte le aree dedicate al Mondiale. L’unico posto in cui mi sono sentita al sicuro è stato all’arena di Foshan durante le partite, quasi fosse una zona franca.

Non so se tornerò mai in Cina. 

Ho raccontato, giorno dopo giorno, tutti i fatti e le cose successe, belle e meno belle, proprio in questo blog, strappando anche qualche sorriso. Ho trovato un popolo a suo modo gentile ma quello che ho capito è che questa gentilezza è un dovere imposto. È un popolo che ha la necessità di evolvere, di raggiungere una libertà non solo sociale ma anche interiore, una libertà dell’anima. La Cina è crisalide e deve diventare una farfalla, non solo nell’economia ma anche a livello etico. Certo è che Piazza Tian’anmen è un luogo che trattiene ricordi di un Paese che vuole che il mondo dimentichi e getti nell’oblio. 

La Cina è una grande, grandissima potenza economica ma è anche il paese che gestisce i dati di un popolo intero. Oltre agli articoli che parlano degli investimenti, della potenza e della futuribilità di questo paese antichissimo, troverete online anche considerazioni dei colleghi sull’illusione di libertà che si respira sul territorio cinese. Miliardi di persone hanno a disposizione la tecnologia più moderna, la stessa che consente ai colossi di Beijing di insinuarsi nelle loro vite, controllando i loro movimenti e limitandone, di fatto, sotto diversi aspetti e indirettamente, la libertà. Mentre eravamo in Cina stava iniziando il momento di maggior tensione con Hong Kong: uno spaccato emblematico di questo nuovo oriente dove, come sempre, sono le generazioni future a fare in modo che, con la loro voce, con le loro azioni, con il loro coraggio, qualcosa cambi.

Io scrivo di sport e non avrei mai pensato di scrivere un pezzo come questo. 

Tutto per quella “J” sul passaporto, la J di Journalist, un mestiere che ti consegna la voce del popolo e l’opportunità e la credibilità di raccontare, di parlare e non nascondere i fatti.

Un mestiere che in alcuni paesi è visto come una reale minaccia.