Mare eterno. Parte prima: l'incontro -

Da oggi e per cinque giorni pubblicherò questo racconto diviso in cinque parti. Chi conosce la mia storia e ha vissuto con me l’evento che ha colpito un gruppo di persone quel 10 gennaio del 1996, sa bene che non devo fare nomi e cognomi perché riconoscerà immediatamente la persona che descrivo. Il racconto è stato pubblicato nell’antologia “Mi ricordi il mare” due anni fa. È stata, di fatto, la prima volta che ho preso il coraggio e ho descritto la storia di questo ragazzo che amava il mare più di ogni altra cosa nella sua vita. Perché cinque parti? Perché cinque giorni? Dovete arrivare alla fine per scoprirlo. Buona lettura.

 


 

Quando l’ho visto la prima volta era sulla porta. 

Non ero molto felice di essere in quel posto. Lavoravo nel vecchio ufficio da quattro anni e avevo iniziato con le stesse persone, nello stesso giorno, strutturando da zero lo stesso progetto. Ero molto giovane. La forzatura di spostarmi dal mio ambiente, da quella che consideravo ormai la mia famiglia, a quell’ufficio così vecchio e pieno di sconosciuti, mi sembrava una cattiveria anzi, un’ingiustizia. A distanza di anni, ho ringraziato il cielo per quella imposizione. Non avrei conosciuto lui, il mare che si portava dentro e quello che sarebbe nato da quell’incontro: il mio futuro, il mio presente.

 

Dove eravamo? Ah si. Era sulla porta. Due occhi grandi e marroni. Di quel colore scuro che confondi con il nero: marrone come il guscio delle castagne, quasi vellutati. Non era bello, non direi, ma aveva una sorta di alone magico e ridente, un’aura che lo avvolgeva e che raccontava di positività, di volontà, di giustizia e di tenacia. Con il tempo ho favoleggiato che quell’alone fosse il sole che gli restava sotto pelle dopo le lunghe giornate passate a pesca.

 

Spesso arrivava in ufficio con i capelli arruffati, il viso segnato e il sale nelle increspature del volto e sulle basette, sempre troppo folte e sempre piene di salsedine. Non erano rughe: la pelle iniziava a tirare e incresparsi perché si lasciava prendere dal sole e dall’aria piena di iodio. E lui, poco più che trentenne, si abbandonava letteralmente al quel richiamo e al mare.

 

Non riusciva a stargli lontano.

 

Non riusciva a rinunciare a quella passione ancestrale per la pesca. Quando era in ufficio sembrava indossare un’armatura, una sorta di travestimento, per percorrere quel cammino professionale che curava con passione. Il suo non era un lavoro semplice, legato con attività giudiziali che confluivano in procedimenti civili e talvolta penali. Poi, magari, al termine della compilazione di qualche verbale, lo osservavo senza farmi vedere:  indossava un sorriso diverso, apriva lentamente il cassetto alla sua destra e tirava fuori quel taccuino azzurro dove annotava i punti di pesca e i resoconti delle sue uscite in barca.

Era maniacale anche in questo.

Una scrittura piccola, minuta, vergata e stretta come i nodi che faceva all’alba attorno agli ami.

Lavoravamo nella stessa stanza. All’inizio mi sembrava il meno peggio, almeno era più giovane del resto delle persone che avevo intorno.

 

Io avevo solo 26 anni.

 

Niente mi sembrava adeguato in quel momento.

Nemmeno lui e quella sua mania che all’inizio mi appariva così strana.

 


 

Parte seconda