Mare eterno. Parte seconda: ti porto in un posto magico -

Continua il mio racconto tratto dall’antologia “Mi ricordi il mare”. La storia è appena iniziata e l’amicizia che nacque fu come quelle giornate di primavera in cui vidi per la prima volta il suo mare: un misto di stupore e serenità.  Aveva una Opel Kadett bianca. Fumavamo in macchina e per spegnere la sigaretta aveva un vecchio posacenere quadrato di quelli che le ditte regalavano a Natale. La macchina era sempre in disordine: canne da pesca, fogli, valigetta da lavoro, ami e scarpe da ginnastica, felpe e buste della spesa. Era un disastro. Ma fu proprio quello che mi avvicinò alla sua vita: il fatto di non essere una persona convenzionale, il fatto di avere delle passioni grandi e smisurate che gli facevano perdere di vista il resto. Come il suo mare.

 


 

Piano piano ne rimasi affascinata.

Aveva una personalità così complessa, con una passione così inusuale.

Per me fu come una calamita.

Iniziammo a frequentarci anche fuori.

La prima volta che uscimmo mi portò al mare. 

 

“Ti porto in un posto magico” – mi disse – “non potrai dimenticarlo in una serata come questa”.

 

Era la settimana che precedeva la Pasqua di metà anni 90. Prendemmo la Litoranea, una strada unica, incastrata tra i laghi costieri e il Parco Nazionale del Circeo. Mi sembra di sentire ancora l’aria tiepida e sul viso il sole delle prime giornate lunghe di inizio primavera. Per una decina di chilometri percorremmo la strada costeggiando i vecchi poderi della Bonifica. Con gli anni si sono trasformati ma ancora oggi conservano la vecchia pianta e le serre alle loro spalle nascondono l’antico richiamo della palude che ha portato su queste sponde del mediterraneo tanti popoli diversi. 

“Lo sai che qui sono tutti veneti?” – gli dissi mentre guidava. Si voltò e mi sorrise. Certo che lo sapeva. Tutti noi nati intorno agli anni 60 qui, in questo territorio, avevamo alle spalle storie di famiglie emigrate in queste terre per inseguire un sogno. Qui nella pianura pontina, dove un tempo c’era la palude e la malaria, i borghi portano i nomi dei posti che evocano le guerre che a noi bimbi sembravano così vicine allora perché rivivevano nei racconti dei nostri nonni. Quello più vicino al mare è Borgo Grappa. Ogni volta che passo di qui cerco con gli occhi quello che è stato il molino di mio nonno, anch’egli venuto in questa provincia a cercar fortuna con una moglie e quattro figlie femmine.

 

Era piccolo ma forte mio nonno: amava le moto e la libertà.

 

Quel pomeriggio, mentre passavamo proprio il punto esatto dove c’era il molino, ebbi la visione di mia madre e le sue tre sorelle che raggiungevano il mare in bicicletta, troppo vestite per non aver caldo ma negli anni cinquanta c’era ancora un pudore innocente e il mare veniva vissuto come una gita: si iniziava dal viaggio per raggiungerlo, per terminare con momenti di grande allegria seduti sulla sabbia sotto le dune e conquistare poi l’ozio sereno prima di ripartire verso casa con rena e sale tra i capelli, mentre l’aria si era fatta più fresca e rimbalzava sulle guance arrossate dal sole.

 

Riaprii gli occhi e tornai a guardare la strada. 

 


 

 

Parte prima – Parte terza