Mare eterno. Parte terza: la magia della Maga Circe -

Prosegue il mio racconto. Questa parte è quella del primo ricordo felice che, probabilmente, portava già in sé il messaggio di ciò che sarebbe successo nel futuro. Per anni non sono riuscita più ad andare in quel piccolo lembo di sabbia dove ero stata con lui quella sera. Proprio lì sarebbe scomparso e quello che avevamo negli occhi quella sera d’aprile sarebbe stato anche il suo ultimo ricordo, le ultime immagini della sua vita. Questo l’ho sempre pensato. Ora torno qualche volta, guardo i mulinelli che crea la foce con il mare ma non li maledico più. Osservo e in silenzio, come una preghiera, ripeto il suo nome, per non dimenticare.


 

Superato Borgo Grappa raggiungemmo la traversa che ci portò giù fino alla Bufalara: un territorio selvaggio, dove nei campi di terra e sabbia crescono piante officinali e fiori rigogliosi, quasi esotici. In mezzo ai campi scorsi un paio di ricoveri per i bufali, questi animali che rappresentano la ricchezza del nostro territorio e la forza della vita che sopravvive e incarna lo spirito selvatico della terra paludosa. La strada scende giù fino al mare che ti viene oncontro quasi a toglierti il fiato. Il tramonto era vicino e il colore del cielo limpido rifletteva una tonalità di azzurro così intenso nell’acqua calma che la vista apparve surreale. Le dune erano già pronte a fiorire e ricoprirsi di quelle piante carnose con i loro fiori di un rosso acceso che creano un tappeto colorato sulla sabbia dorata. Percorremmo la strada in direzione del monte Circeo.

La vidi come fosse la prima volta: era vera la leggenda della Maga. Sembrava proprio lei vista dalla nostra posizione, mentre ci avvicinavamo lentamente. Il profilo dal naso aquilino, il mento pronunciato e il viso rivolto verso il cielo. Come doveva essere stata bella Circe per aver stregato anche me quella sera. Mano a mano che ci facevamo più vicini, sembrava che la montagna, verdissima e nitida in tutti i suoi particolari, ci venisse incontro, costringendoci ad alzare lo sguardo e piegare il collo indietro per poterla ammirare nella sua intera maestosità.

L’aria era pulita e i colori definiti. Arrivammo sotto Torre Paola e parcheggiammo. Il mare entrava lentamente nella foce del lago di Sabaudia, attraverso il canale Romano, stretto e poco profondo. Lasciammo la macchina sulla strada. Scendemmo le dune e ci incamminammo verso la riva. Era impossibile resistere: mi levai le scarpe per sentire la sabbia tra le dita. Era aprile ed era fredda. Ma era così sottile, quasi talco, che mi sembrò polvere di ghiaccio stregato. Poi alzai lo sguardo e vidi le isole davanti a me.

 

“È magico” – dissi – “lo sapevo” – rispose.

 

Mi voltai. Mi accorsi che mi stava fissando. Forse fu uno dei pochi momenti in cui aveva effettivamente distolto gli occhi dal mare. E lo fece per guardare me. La verità è che lui il mare lo stava guardando attraverso i miei occhi e il fatto di avermi stupita in quell’istante di vita, lo rendeva fiero. Aveva contaminato anche me del mare che si portava dentro. Non mi stava guardando. Non era attratto da me ma era attratto dalla proiezione che aveva creato del suo mare in me. E questo lo rendeva felice.

Rimanemmo in spiaggia fino a toccare il buio per raccontarci la vita, ridere e guardare l’orizzonte in silenzio perché parlava tutto il resto. Poi risalimmo la duna e all’improvviso mi avvolse tra le braccia e mi strinse forte.

“Sono felice di averti portato qui. La prossima volta usciamo in barca”.

 


 

Parte seconda – Parte quarta