La pallacanestro dei tamponi e dei palazzetti vuoti -

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Scrivere di una partita di pallacanestro vuol dire interpretare tante cose insieme. Gli occhi sono sul campo e sul gioco ma le orecchie sono tese a tutti quei rumori che compongono, come un bellissimo puzzle multicolore, una danza perfetta fatta di cori, parole, incitazioni e poi passi sul parquet, il rumore della palla, l’incitamento delle panchine, la voce dell’allenatore che si perde tra le urla definite del tifo: l’equilibrio di questo gioco che è tale non solo per il gioco in sé. Per questo stasera non trovo le parole adatte. Non perché non ne sia più capace ma perché questo non è lo sport che conosco o che conoscevo fino a qualche mese fa.

L’ultimo ricordo di una pallacanestro completa è stato quello vissuto a Pesaro 13 mesi fa, poi il nulla.

Stasera gli occhi li ho fissi sul campo ma le mie orecchie non hanno cori da ascoltare. Nella mia mente ripasso gli eventi che hanno accompagnato e ci stanno accompagnando in questi lunghi mesi di quello che definirei un limbo, una terra di mezzo, dove si intrecciano storie di positivi, di giochi fermi, di partite rimandate a non si sa quando perché di spazio non ne abbiamo più. Un luogo fatto di timore, di incertezza e di rientri a casa, come quello di Ferrara, dopo la sfida a Rieti, con le difficoltà e l’accoramento per la sorte incerta, quella disegnata da un virus al quale non importa nulla dello sport e dei suoi valori. 

Quello che conta è sopravvivere e, se Dio vuole, tornare indietro a quello che eravamo prima. Ma fino a quel momento vivremo uno sport privo dell’essenza dello sport stesso. E quelli che fanno il mio mestiere, piccoli spettatori a margine di quella che è la realtà di un lungo e interminabile allenamento, o forse una roulette russa, non possono raccontare una partita che, nel suo termine definito di tutti i suoi elementi, non c’è. 

Mi sono a lungo interrogata del perché, se fosse giusto continuare, arrendersi e non andare avanti. Probabilmente lo stiamo facendo per non perdere il contatto con quel piccolo briciolo di normalità, con ostinazione. Lo stiamo facendo perché questa pallacanestro non muoia, perché non ci abbandonino gli sponsor, perché mollare ora vuol dire dare la vittoria a tavolino a un avversario che per ora è difficile battere. 

Però lo stiamo facendo soli. 

Quello che non posso fare a meno di pensare è che i nostri ragazzi, i più giovani, non si allenano da mesi, non giocano una partita, non fanno vita di spogliatoio, non sono qui stasera sugli spalti a tifare i loro modelli, gli atleti che volevano diventare fino all’anno scorso. Chissà che modelli avranno ora, senza la partita la domenica, senza il tifo, senza i cori, senza l’allenamento senza i compagni e senza i loro allenatori. La pallacanestro è una famiglia molto grande, fatta di tante realtà così diverse tra loro e se le squadre delle serie professionistiche sono qualche decina, il sottobosco del nostro sport, come quello di tanti altri, è una moltitudine di piccole società che si sta interrogando su come fare per sopravvivere e non scomparire, ferme in tutte le loro attività, in continuo contatto con le famiglie che hanno perso le speranze, che non riescono più a trovare le parole adatte alla domanda “Mamma, quando torno ad allenarmi?”. 

Quindi, oggi come ieri e come domani, non giocheremo partite, ma resisteremo, nella speranza che succeda qualcosa, che torni il bel tempo, forse che venga reso disponibile un vaccino per tutti e aprire le porte di ogni palestra e palazzetto per tornare a giocare finalmente tutti una partita vera, senza paura.