Il sopravvalutato potere dei numeri -

Categorie:

Lo so. Io sono la prima a sostenere che i numeri raccontano il mondo intorno a noi. Se vi fermate a pensare e riflettere sul presente, tutto ciò che ci circonda è materia interpretabile da formule. Dalla forma delle cose alla composizione degli organismi. I numeri dettano il tempo e scandiscono le stagioni, i numeri interpretano le delicate e spesso incontrollabili formule chimiche che sono l’essenza della vita e anche dei pericoli di questo pianeta. Quindi, nel momento in cui inizierò a scrivere del sopravvalutato potere dei numeri, qualcuno smetterà di leggere. 

Ma io mi ostino nell’aggiungere qualcosa che numeri non hanno cioè quella parte di “anima” che completa le formule matematiche, che aggiunge valore a qualcosa di quasi perfetto. Un po’ come le statistiche di una partita di basket: non basta leggere i numeri per comprendere chi in campo sia stato utile alla squadra. Ci sono atteggiamenti, movimenti, azioni che non possono essere lette dal tavolo tecnico e catalogate come un numero. E in queste è contenuto quel genio, quella ancestrale leadership che consente al gruppo di portare a compimento un’impresa sportiva. 

Ma allora in che modo sopravvalutiamo il potere dei numeri? Per esempio quando scegliamo un giocatore per il numero dei canestri fatti nella stagione o per il numero dei gol, pensando che basti quel numero che fa dell’uomo un grande atleta e trasformi la squadra in un meccanismo vincente. Poi magari il giocatore, nella nostra squadra non segnerà più. Oppure quando pensiamo che nel mestiere della comunicazione sia tutto misurabile. Le relazioni non sono misurabili, la ricchezza del patrimonio sociale e culturale che ognuno di noi che fa questo mestiere si porta dietro, non è direttamente misurabile in effort sul valore aziendale. Ne parlavo un paio di giorni fa con una collega che nel suo post su LinkedIn esprimeva: 

“Oggi ho perso un cliente NON perchè l’awareness del brand o le uscite media o le relazioni create non fossero state soddisfacenti, anzi! MA non hanno convertito in vendite.

Ergo: la comunicazione è un costo non giustificato.”

Io trovo questa cosa incredibile e per certi versi frustrante. Tutto è divenuto marketing e ogni cosa deve essere catalogata in quanto effort economico sia in dare che in avere. Per carità, giustissimo che il nostro lavoro, con il quale io ed Elisa facciamo la spesa a fine mese, sia un costo. Ma non può essere misurato al chilo come fossero pere o mele. 

Un consiglio di lettura. Macchine come me di Ian McEwan. É un libro che si legge velocissimo, ambientato in una Londra anni 80 surreale, con i Beatles ancora in servizio e una situazione politica molto lontana da quella che abbiamo vissuto in quel periodo. Adam, la macchina umanoide protagonista del romanzo, è stata programmata per essere “giusta” e apprendere la verità e il corretto modo di giudicare la vita e le persone, al fine di garantire un futuro “sicuro” all’essere umano. Ma non è perfetta e finirà per mettere in pericolo la vita delle persone. Perché? Esattamente perché ci sono comportamenti, reazioni che non possono essere previsti, calcolati e controllati. 

Questo è ciò che rende uomo e macchina (numeri e anima) molto distanti.

Dedicato agli amanti di Asimov.

Credo sia tutto.


👉🏻  Questo che avete letto è un estratto di On Writing, la mia newsletter che esce ogni mese. Se desiderate riceverla in anteprima nella vostra mail, iscrivetevi.