Cultura matematica. La Persia, la nascita degli algoritmi e l’importanza della policultura -

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Vi piacciono gli algoritmi? Dovete sapere che la parola “algoritmo” la dobbiamo a un matematico persiano, al-Khwārizmī: fu lui a scrivere il primo testo di algebra conosciuto al mondo. Egli amava spiegare i propri metodi procedendo passo dopo passo. È in questo modo (e con questo metodo) che è nata la parola algoritmo che, oggi più che mai, viene usata per descrivere una procedura (appunto) passo passo: deve essere chiaro che cosa fare a ogni passo e che cosa fa ogni passo.

I linguaggi di programmazione sono creativi e magici e dobbiamo tutta questa magia a Abū Jaʿfar Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī che, badate bene, come tutti gli studiosi del medioevo (o giù di lì) era anche un astronomo, un cartografo e un geografo. In quel tempo la cultura non era monotematica e la libertà di esplorare nuovi mondi e modi di applicare il proprio sapere, forse fu la chiave per le scoperte che viviamo nel nostro quotidiano ancora oggi. Al-Khwārizmī è considerato il padre dell’algebra. Il paradosso dei paradossi (per noi occidentali che ci crediamo dispensari di ogni sapere) è che egli visse e realizzò le sue opere (anche magiche) a Baghdad, allora considerata la culla della scienza e della cultura scientifica e oggi solo teatro di guerre, con la pesante eredità del conflitto con l’Iran, la guerra del Golfo e Ṣaddām Ḥusain.

Policultura: una necessità per comprendere il mondo

Per supportare la tesi che tutto il mondo gira intorno ai numeri, la passione di Abū Jaʿfar Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī per la cartografia e per la geografia venne sostenuta dalla ricerca e dallo studio delle scienze matematiche e dalla generazione dell’algebra sulle basi della matematica babilonese ed egiziana. E qui prende ancora più forza l’importanza di coltivare una cultura la più variegata possibile, incentrandosi su un denominatore comune che colleghi tutto il puzzle di informazioni (o di input se preferite) che compongono la sapienza dell’individuo.

Una policultura è ciò di cui abbiamo bisogno oggi. Un occhio aperto verso il nostro universo, che sia il microcosmo nel quale viviamo oppure il macrocosmo che ci contiene nella nostra piccola esistenza. Abū questa cosa l’aveva compresa o forse era proprio figlia dei suoi tempi. Con i suoi mezzi (e i suoi pochi anni vissuti) arrivò a risolvere le equazioni di II° grado. Per poter andare avanti e risolvere quelle di III° grado si dovette attendere 800 anni. Questo vi restituisce il peso di quanto Abū abbia donato alla cultura scientifica di quel tempo. Oltre a un nuovo atlante delle terre conosciute.

“Quando considero ciò che la gente vuole calcolare, trovo che è sempre un numero. Ho osservato anche che ogni numero è composto di unità, e che ogni numero può essere diviso in unità. Inoltre, ho trovato che ogni numero che può essere espresso da uno a dieci, sorpassa il precedente di una unità: poi le decine sono duplicate o triplicate come prima lo erano le unità: così si arriva a venti, trenta, fino a un centinaio: poi il centinaio è duplicato e triplicato nello stesso modo delle unità e delle decine, fino al migliaio; così fino all’estremo limite di numerazione.”

(Abū Jaʿfar Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī)

Questo pezzo è tratto dalla mia newsletter #OnWriting su LinkedIn.

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