Mio nonno, nato nel 1892, diceva sempre: “una donna non andrebbe toccata nemmeno con un fiore”
Quando io iniziai a lavorare ho dovuto sentirmi dire: “ritieniti fortunata perché potresti stare a casa a fare la calza”. Me lo disse il mio primo direttore. Avevo 22 anni, fresca vincitrice di un concorso che mi iniziò a un mestiere prettamente maschile. Lui era un uomo strano. Quello che ricordo è che andava spesso in Kenya. (allora tra gli adulti di sesso maschile andava molto di moda). Cosa ci andasse a fare lo ignoro.
Mia madre me lo ripete continuamente ancora oggi: “tu dimentichi figlia mia” e mi snocciola ricordi pesanti, memorie che vorrei cancellare. Dimentico le cose brutte. È un meccanismo automatico. Dimentico quei cinque giorni in ospedale; dimentico quel pomeriggio d’estate quando avevo 14 anni che sono riuscita a scappare da quella casa e mia zia che mi diceva “non lo dire a nessuno che qui succede un terremoto”; dimentico ogni schiaffo preso soprattutto quello in macchina con la mia faccia finita spiaccicata sul finestrino gelato; dimentico quella spinta e la caduta all’indietro e il marmo del camino a sfiorare la tempia solo perché avevo scoperto il tradimento… e dimentico ogni offesa, ogni ricatto, ogni manipolazione.
E poi dimentico le frasi:
“ti ho usata io, chi pensi ti vorrà ?”
“per stare con te devo bere”
“prendi i tuoi quattro stracci e vattene”.
Ogni donna ha subito violenza e molte non lo hanno mai raccontato.
Io ho avuto il coraggio di confidare alcune cose a mia madre, altre ho dovuto farlo con un avvocato davanti o al posto di Polizia al Pronto Soccorso sempre con timore che io venissi giudicata, non venissi creduta. Ogni donna ha subito. Ognuna di noi.
E a me è andata bene perché sono qui che scrivo.
Negli anni ottanta dovevi guardarti le spalle, abbassare la testa, coprirti, fare finta di non capire i doppi sensi, assecondare le battute, compiacere con un sorriso i superiori per non essere penalizzata. Stare zitta. Muta. Muta e rassegnata.
Come mi disse il ginecologo l’8 novembre del 1987 mentre mi faceva partorire e io, 19 anni, non riuscivo a spingere e piangendo iniziai a chiamare mia madre. Lui mi urlò in faccia “hai voluto la bicicletta? ora pedala!”.
Buffo eh?
La bicicletta.
Beh dopo tutto questo e molto altro ancora… non sono impazzita, non mi sono drogata, non mi sono fatta del male, non sono stata uccisa.
Mi è andata di lusso.
Buon 25 novembre a tutte le sopravvissute come me, che ancora si guardano indietro se sono sole per strada, che non se la vanno a cercare, che evitano i tacchi per poter scappare via veloci. Non saremo mai al sicuro.

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