OnWriting #1 - L'inter del Cipe e il genio di Stewart Copeland -

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“il gesto atletico chiede il plauso del pubblico”

Pensieri e Parole (e musica che non guasta mai) 

Il mese di dicembre è stato un mese di chiusure di conti. Sapete quando si dice “chiudere un cerchio” oppure “archiviare una pratica”. Ecco. Io ho archiviato un paio di pratiche importanti. Una fra tutte la scrittura del prossimo libro. Non è un romanzo [per quello ci vorrà il 2022] ma è un manuale dedicato al Digital and Mobile Journalism, scritto a quattro mani [e otto occhi] con Federica De Stefani per Maggioli Editore [nell’attesa che venga pubblicato potete scoprire tutti gli altri testi della collana Digital Generation curata da Gaetano Romeo]. Inutile dirvi che è stata una fatica e bla bla bla. Nulla si fa con facilità ma se avete la fortuna di fare un lavoro come il mio, che mi appassiona e che non pesa sulle notti insonni e le lunghe ore seduta a scrivere, allora vi sembrerà una pena sopportabile. In fondo non sono stata al freddo a scrivere, e l’isolamento che ho dovuto fare negli ultimi giorni di dicembre è capitato sicuramente nel momento giusto. Il libro lo troverete nelle librerie fisiche e online in primavera ma ve ne parlerò molto prima per ricordarvelo 🙂 La seconda cosa? Non posso non parlare di come questo 2020 appena trascorso abbia cambiato profondamente la mia vita. In realtà credo che abbia fatto lo stesso con tutti. Così mi chiedo: torneremo a fare quello che facevamo prima? Per questa domanda non ho ancora trovato una risposta. Ho ancora i due biglietti per il concerto dei Subsonica del 25 marzo 2020: il pensiero di stare chiusa in un locale con migliaia di persone intorno mi inquieta ma non ho chiesto il rimborso. Questo vuol dire che in fondo speriamo di tornare indietro, almeno noi ragazzi degli anni ‘80.

“I nostri anni hanno sfidato il tempo

E anche scommesso di cambiare un mondo

Tornati indietro a far pagare il conto” 

(Subsonica – Jolly Roger)

Lo sport come piace a me. Cipe: il calcio di una volta 

Sono una nostalgica dello sport di un tempo. Di quel tempo che non c’è più. L’Eroica e la pallacanestro di una volta, quella giocata con i pantaloncini corti e aderenti da cestisti dalle braccia lunghe lunghe e poco muscolose… esatto è quello lo sport che mi incanta, i racconti e le immagini che mi rapiscono. In questo dicembre ho cercato di non pensare a quanto io abbia imparato, di riflesso, da mio padre e da mio zio Luigi, ciclista e grande appassionato del Giro: Natale è sempre un momento che ci riporta a pensare a chi non è più con noi. Mio padre era un interista “della prima ora”. Quello che sto per scrivere lo dedico a lui e a mio fratello. Seguo il profilo di Barbara Facchetti, la figlia di Giacinto, storico difensore e poi presidente dell’Inter, [che poi lo sappiamo bene che è stato lui a sovvertire le regole dei terzini cambiando radicalmente il modo di giocare nel ruolo]. Barbara, oggi team manager della Nazionale di Calcio Femminile, ogni tanto sul suo profilo Instagram pubblica delle immagini del padre. Ho riflettuto sul fatto che altri come me, hanno iniziato a usare i social, in particolar modo Instagram, come un diario, per svelare una parte privata di noi stessi. Le immagini del giovane [e bel] Giacinto e le frasi spontanee di Barbara, aprono le porte e il cuore verso un universo sconosciuto di emozioni e questo mi piace assai perché è l’effetto positivo empatico che i social dovrebbero avere per connettere le persone, seppur diverse e distanti. Io ogni tanto parlo di papà e di ciò che mi ha insegnato, perché è importante mantenere la memoria delle persone. A lui sarebbe piaciuto questo video ascoltando le parole di “Cipe” [così lo ricorda Massimo Moratti nella lettera pubblicata dopo la sua morte] uomo perbene, dolce e coraggioso, avrete esattamente la sensazione di ciò che abbiamo perso lungo la strada.

“Le piace più segnare gol o impedire agli altri di segnare? Segnare” (Giacinto Facchetti)

Tecnologia e Web. Facebook più umano di quanto pensiate

Ho partecipato al seminario “GDPR e SPORT” organizzato dal professor Sandulli del Master Sapienza Diritto e Sport che orgogliosamente ha preso il nome dal libro che ho scritto con Federica De Stefani e pubblicato nel 2020 da Hoepli “Sport e GDPR online e offline” e, spinta dal relatore precedente, ho dovuto riesumare a memoria che Facebook filtra tutti i contenuti che i miliardi di persone attraverso il globo caricano nella piattaforma. No. Non lo fa un algoritmo ma sono 15.000 persone sparse nelle 20 sedi in tutto il mondo che hanno il compito di intercettare quei contenuti violenti (tramite segnalazioni e con un continuo monitoraggio delle attività) e rimuoverli immediatamente dal social network. In effetti Facebook è molto cambiato negli ultimi anni ma le regole per moderare quello che caricano gli utenti sono un po’ controverse perché può essere tollerato un video violento, se di denuncia, e assolutamente bannato un video che anche lontanamente può ricordare un atteggiamento sensuale (vi parlo perché ci è successo in agenzia con un video che di sensuale aveva ben poco. Giudicate voi) Una piccola (o grande?) soluzione è stata data dallo sviluppo di un algoritmo che gli sviluppatori di Mark Zuckerberg, precisamente quelli del Fair (Facebook Artificial Intelligence Research) hanno realizzato in collaborazione, pensate un po’, con l’Università di Modena e Reggio Emilia. L’algoritmo, che sfrutta l’AI, è nato per le violazioni del copyright ma dal 2019, anno in cui è stato reso open source, è applicato per trovare i video che contengono immagini di violenza, in particolar modo sui minori, e immagini collegate alla propaganda terroristica, vera spina nel fianco di Mark. E le 15.000 persone che controllano i nostri profili? L’intelligenza artificiale da sola non è sufficiente: il sistema di filtro dei contenuti continuerà a essere gestita anche dalle persone. Se volete sapere di più su questo lavoro necessario ma ingrato, vi lascio un link.

“quanto più i contenuti si avvicinano al confine di ciò che è vietato, tanto più le persone sono portate a condividerli”

Musica e digitale. Ma che fine ha fatto Stewart Copeland?

Quanto mi piacevano i Police da ragazza… Ho avuto la grande, grandissima fortuna di poter collezionare i vinili originali, un paio direttamente spediti da Londra da mio cugino DJ e collezionista seriale di LP. Così, da brava adolescente degli anni ‘80, ho vissuto con le storie dei tre ragazzi del gruppo probabilmente che ha segnato la storia del pop rock inglese. Inutile dire che avevo perso la testa per Gordon Matthew Sumner aka Sting, ma quel pazzo di Stewart Armstrong Copeland, l’unico elemento americano della band britannica, definito uno dei migliori batteristi di tutti i tempi, al 10° posto della classifica di Rolling Stone, la mitica rivista americana di musica e cultura, mi ha sempre affascinato. Ora Sting sappiamo più o meno cosa faccia, Andy Summers è un vecchietto di 78 anni che ancora produce musica e scrive libri ma Stew tiene ancora banco su Facebook pubblicando tutti i giorni qualche chicca dal suo Sacred Grove a Los Angeles compresi gli auguri ad Andy del 31 dicembre. Naturalmente ha anche un profilo su Spotify e sul suo bellissimo sito e sul canale YouTube, ci sono chicche costruite come solo lui sa fare, con ironia e un po’ dissacranti come questa che parla del suo essere “at the bottom of the litter” e del mestiere “segreto” del padre, anticipazione del suo prodotto per Audible. Insomma il tutto lo ritrovate anche su Instagram dove utilizza anche linktree in bio dove potete trovare tutti i link citati e molto di più. Definito polistrumentista io l’ho sempre visto come un abile sperimentatore di tutte le tecnologie, generi, strumenti. Dall’alto dei suoi 68 anni (a luglio 69) rimane quel Klark Kent che, non pago delle fatiche profuse con i Police, incise con questo pseudonimo diversi singoli di discreto successo per poi dover abbandonare il progetto per una controversia legale indovinate con chi? DC Comics naturalmente!

“se in inglese suonare si dice “to play”, come giocare, un motivo ci sarà”

Un libro prima di dormire: Amore, morte e Rock’n’roll di Ezio Guaitamacchi – Hoepli

Ho chiuso l’anno leggendo Amore, Morte e Rock’n’roll di Ezio Guaitamacchi. Questo libro, pur trattenendo in sé storie veramente al limite di un film dell’orrore, affascina, come sanno fare solo le descrizioni delle ultime ore di personaggi della storia della musica. Non che molti di noi non abbia vissuto, da testimoni remoti, la fine di molti di questi idoli del rock [e del pop] ma vederli tutti e 50 in fila, con i macabri retroscena dell’essere umano e le descrizioni di vite, a tratti normali, terminate in tragedia, beh, credetemi, fa un grande effetto. Ezio ha approfondito le scene del crimine esattamente come un investigatore, con dovizie di particolari e testimonianze fotografiche: un Poirot del terzo millennio. Proseguendo con la lettura del libro e discutendo con Ved (che me ne ha fatto dono) sull’eventualità di farne un podcast, una sera ho iniziato a leggerlo ad alta voce: è cambiato il pathos e i racconti hanno assunto nuove sfumature. Non so dirvi quale delle storie lette mi abbia maggiormente colpito perché ognuna ha un suo effetto calamita. Bypasso George Michael, Freddie Mercury e John Lennon perché gli appassionati del rock/pop anni ‘70 e ‘80 hanno letto abbastanza in materia, per fermarmi un po’ di più su Kurt Cobain [sarà stata veramente Courtney?], Amy Winehouse, Otis Redding e Sid Vicious e Nancy Spungen. Alla fine del libro sono stremata. Lo sfoglio di nuovo e guardo le immagini: non sono più quelle della vita [e della morte] di famose rockstar ma rappresentano lo specchio di uomini e donne qualsiasi, in preda a un destino crudele o forse una strada segnata da loro stessi. Alla fine mi rendo conto di aver letto le ultime ore di 50 poveri esseri fin troppo umani.

“Io credo che nel momento della morte, ma così come nell’analisi delle loro storie sentimentali, da semidei diventano come noi, poveri, miseri esseri umani.” (Ezio Guaitamacchi)

Donne & Sport. Avete presente Sportive Digitali?

Chi dice sport dice donna. Questo è il mantra che si ascolta a casa mia e a casa di Raffaella Masciadri. Cosa abbiamo in comune noi due? In pieno lockdown, amiche da tempo e desiderose di fare qualcosa di diverso per lo sport al femminile, abbiamo intrapreso il cammino di Sportive Digitali. L’idea è venuta a me e Mascia durante una telefonata una sera di aprile. Eravamo lontane da tempo ma abbiamo sempre conservato la voglia di costruire e farlo insieme. Sportive Digitali è nato come un progetto di Dual Career, Empowerment e Formazione dedicato alle giovani atlete del futuro. Abbiamo coinvolto Marta Pagnini, il primo esempio delle tre keywords che caratterizzano il progetto, affidandole l’incarico di Athletes Manager e abbiamo iniziato a creare un contenitore, fare una diretta a settimana per parlare con quelle atlete che, oltre a essersi distinte in campo o in pedana, abbiano tracciato una strada nuova di rinascita culturale e professionale. Nel frattempo abbiamo realizzato una piattaforma di smart learning, grazie alla partnership tecnologica di IQUII, che permetterà alle atlete di fruire dei corsi di formazione da remoto, tra un allenamento e l’altro e capire le proprie inclinazioni. Le aiuteremo a scegliere il corretto percorso universitario o la professione nella quale si riconosceranno guardando al futuro. Voi cosa potete fare? Sposare il progetto e costruire con noi i percorsi di formazione. Scrivetemi!

Verba volant, scripta manent: di podcast e miei articoli sparsi. Dicembre 2020

The English Game: il Boxing Day e gli allenatori digitali della Premier League

La Germani Brescia tra il digitale e la vita “asettica” del campo (con Podcast)

L’ultimo Maradona in tutte le lingue del mondo

Rossana Pasquino e la Scherma Paralimpica: i superpoteri del Professore

IO, Autore [un po’ come IO, Robot di Asimov]


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Alessandra


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