The limits on free speech in the internet era -

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Per il lavoro che faccio, mi ritrovo continuamente ad avere a che fare con le notizie. Ogni giorno il mio primo impegno è la rassegna stampa. In questo modo mi faccio un’idea di quello che succede nel mondo dello sport e del digitale.

Ci sono stati momenti importanti della mia vita tecnologica, in cui mi sono ritrovata dentro ai cambiamenti, senza rendermi effettivamente conto della trasformazione repentina.

Devo essere sincera: fino all’ultima settimana di gennaio non avevo mai sentito parlare di ClubHouse.

Perché ho citato la rassegna stampa? Perché, questa settimana, sfogliando le rassegne precedenti per recuperare un articolo, mi sono accorta che siamo passati dall’oscurantismo twitteriano dei profili di Trump (Giuseppe Marino su Il Giornale ha parlato addirittura di secessione del web) al liberismo giornalistico radiofonico di ClubHouse.

Cosa vi devo dire: è interessante vivere questo cambiamento e sperimentare uno dei “giornalismi” (come dice il mio amico e collega Antonio Dini) più affascinanti, seppur lo scoglio privacy dei dati (avete paura? io no) incombe e mette in evidenza alcune perplessità dei giuristi.

Sarà interessante capire se i topic e i comportamenti nelle room potranno innescare denunce per diffamazione (tanto per configurare uno dei reati che potrebbero verificarsi). Poi dobbiamo fare i conti con le considerazioni di estremo disgusto sull’elitaria (così come vista da molti) destinazione del device: vi ricordo che anche Instagram, per lungo tempo, rimase in distribuzione solo per il sistema operativo iOs. Poi si sa, le cose cambiano e le persone (sviluppatori compresi) si adattano al cambiamento. 

“ClubHouse è la vendetta dei più: per tutte quelle volte che abbiamo telefonato alle nostre radio e non siamo riusciti a prendere la linea.” (Paolo Iabichino aka Iabicus)


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IO, Autore [un po’ come IO, Robot di Asimov]