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Il mio primo disco fu sicuramente un album dei Police. Anzi… The Police. Poi iniziai a pregare mio cugino di inviarmi qualche LP da Londra. Me la sono sempre immaginata la Londra degli inizi anni ‘80 con le strade di Camden Town piene di Punk, di ragazzi con le creste colorate che incrociavano quelli più Rock, con le catene e i pantaloni di pelle. Erano gli anni di Christiane F e di David Bowie. Nei primi anni ‘80 giunse nelle mie mani, attraverso la Manica, un picture disk dei Culture Club. Erano due le cose che andavano tantissimo: picture disc e extended version. Queste ultime potevano anche diventare dei tormentoni infiniti di 8/10 minuti senza senso. Ho un ricordo nitido di una versione di 6 minuti e 05 (orrenda) di Born to be alive di Patrick Hernandez che mio fratello faceva girare in loop sul piatto. Ma era un modo romantico di ascoltare la musica. 

Ho sempre desiderato un impianto professionale, un Pioneer (almeno questa era la tendenza dei primi anni ‘80) quelli con le manopole di acciaio che ruotavano come un velluto su se stesse. A me toccò una specie di tavolino da pic nic in cui c’era piatto, piastra per le MC e la radio. Di plastica nera. Ma quello poteva permettersi la mia famiglia e già mi sembrava una cosa fuori dal mondo possedere una console compatta così moderna, io che venivo dal mangiadischi con la maniglia solo per sentire i 45 giri di Fred Bongusto. 

Le estati erano dedicate allo studio dei testi: ricordo il doppio (esatto, due dischi da 33 giri) Tregua di Renato Zero ascoltato nei lunghi pomeriggi di giugno per imparare a memoria Amico, scritta con Dario Baldan Bembo che come cantante non ha avuto proprio un gran successo.

Ricordo solo questa ma nulla a che vedere con Amico di Renatino, la canzone che è diventata il simbolo di una generazione intera. Se non sapete di cosa stia parlando… non avete vissuto il profumo di quegli anni leggeri. Poi velocemente siamo passati alle più pratiche ed economiche cassette (MC) poi ai compact disc (CD) e via di musica digitale, MP3 a manetta da scaricare da Napster che alla fine degli anni 90 rivoluzionò il modo di ascoltare la musica della nostra generazione: una maxi condivisione del patrimonio musicale degli utenti di tutto il globo. All’inizio l’idea pareva innocente perchè le canzoni non erano fisicamente stoccate su nessun server ma messe in condivisione da i milioni di utenti registrati alla piattaforma (nel 2000 gli utenti registrati erano circa 20 milioni) ma il reato consisteva nel download. Insomma nel 2001 il progetto Napster chiude ma ormai il dado era tratto e la modalità di utilizzare il peer-to-peer per scambiare file in rete divenne una consuetudine. Da lì nacquero dei cloni del progetto di Shawn Fanning e Sean Parker come Emule e BitTorrent o UTorrent e Spotify è una conseguenza di quello che venne innsecato in quegli anni, perchè si è riusciti, in qualche modo, a mediare le nuove abitudini tecnologiche con l’esigenza del mercato discografico (e degli autori) riuscendo a far pagare per ascoltare (nemmeno per scaricare) la musica.

Inevitabilmente, forse perché i vecchi media non muoiono mai (almeno alcuni supporti in quanto le MC e le VHS hanno fatto una brutta fine) i vinili sono tornati a essere un oggetto di culto riservati a coloro che desiderano ancora ascoltare il fruscio della puntina sul disco. E non parlo solo degli adulti o diversamente giovani: la Generazione Z è proprio quella che si sta avvicinando al vinile e tanti gruppi anche di musica trap stanno incidendo dischi. Basti pensare che, in America, per la prima volta dagli anni ’80 le vendite di Lp hanno superato quelle dei cd (fonte Recording Industry Association of America).

E a me questa cosa fa quasi commuovere.

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