Musica e digitale. Il deserto della disperazione, l’HTML e il fenomeno YouTube -

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“Sapete cos’è il deserto della disperazione? È il tempo che trascorrete vagando senza meta su diversi materiali didattici, avvertendo che non state facendo progressi. Diventate quindi troppo avanzati per i materiali per principianti, ma non avete esperienza per affrontare quelli più complessi. Chi si trova in questa esperienza desertica avverte un forte senso di sindrome dell’impostore.” 

È facile cadere nel deserto della disperazione. Quando comprai il mio primo computer (correva l’anno 1990) feci una scelta: o computer o un’automobile nuova. Immaginai che il computer avrebbe potuto portarmi molto più lontano di un’automobile. E non mi sbagliai nello scegliere. Avevo 22 anni. 30 anni fa. Io e papà caricammo questo gigantesco scatolone in macchina, pesantissimo e ingombrante: facemmo fatica a farlo entrare nell’ascensore del palazzo. Poi, a spinta, lo portammo nella mia camera. Aprimmo il cartone per estrarne insieme il contenuto: uno schermo (non piatto) super VGA, una tower con lettore floppy e un processore 80386 con SO Win 3.11 (Il primo sistema operativo con interfaccia grafica basata su DOS rilasciato da Microsoft il 22 maggio 1990, a pochi giorni dalla mia presa in servizio), una tastiera con tasti ciccionissimi e una stampante laser, meraviglia delle meraviglie, uno degli primi modelli usciti di stampante “non ad aghi”.

Avevo iniziato a lavorare da pochissimo nei collocamenti e avevo una certa pratica con i terminali e con le procedure informatiche basiche della Pubblica Amministrazione. Io e altri 10 ragazzi eravamo stati assunti per l’informatizzazione delle Sezioni per l’Impiego e, personalmente, scalpitavo per andare oltre il lavoro quotidiano sui sistemi chiusi. Così, quando mi ritrovai seduta in camera mia con il mio bel computer nuovo, avevo una certa presunzione della conoscenza dell’apparecchio, diciamola così. Invece il primo approccio fu frustrante. Non immaginate i computer come li conoscete ora: niente Internet, niente multitasking fluido, nulla del mondo digitale che viviamo nel presente. In realtà quei primi anni mi servirono per sperimentare e ritrovarmi spesso nel deserto della disperazione.

L’HTML, Frontpage e Dreamweaver

Poi fu la luce. Sul finire degli anni ‘90 iniziarono le prime connessioni. Il Web era una porta aperta sul mondo, complessa da raggiungere ma idealmente un ponte verso gli altri, verso persone e luoghi lontani. C’era poco e quel poco non era facilmente raggiungibile. Ma il vantaggio fu di chi comprese per primo le potenzialità dei linguaggi che vennero messi a disposizione. La mia grande scoperta fu l’HTML che, con studio e applicazione, imparai a conoscere e a utilizzare per le mie prime paginette web che giravano su Netscape, costruite con Frontpage. Già allora c’era un dualismo tra Netscape e Internet Explorer e due correnti di pensiero opposte. Forse fu proprio Netscape a farmi poi scegliere la strada del mondo Apple. Certo è che da Frontpage passai a Dreamweaver e Flash: mi sentivo meno disperata di quel primo giorno davanti allo schermo ma sempre un passo indietro rispetto a quello che avrei voluto fare.

Di Napster, YouTube e Google esempio di globalità digitale

Poi arrivò il primo iMac, abbandonai il mio pc e il mondo Windows e nel 2005 la rivoluzione musicale innescata con Napster (ma di questo abbiamo già parlato) colse l’opportunità di un nuovo e primo vero e proprio social con contenuti: YouTube. Google muoveva i primi passi. La società di Menlo Park stava già sgomitando per ritagliarsi la sua fetta di mercato in quello che si stava disegnando addosso, rifiutando nel 2004 la proposta di acquisizione da parte di Microsoft. Oggi per noi Web è sinonimo di Google. Allora i motori di ricerca erano tanti e verticali su alcuni argomenti specifici o geolocalizzati in un determinato paese. Google è stato il primo esempio di globalità digitale, di omogeneizzazione di fruibilità dell’informazione. Trascorse solo un anno e YouTube nel 2006 venne acquisita da Google. Oggi YouTube è diventato un contenitore orizzontale strettamente legato al motore di ricerca e alle logiche dell’autorevolezza del posizionamento dei contenuti nella serp.

Troviamo di tutto: dai corsi e tutorial ai vecchi film fino a canali dedicati all’informazione e alla diffusione della propria arte, in primis la musica. Ma YouTube ha poi generato anche nuove professioni e una nuova terminologia come Youtuber e VeeJay. E resiste, anche se si adegua ai cambiamenti degli utenti. Resiste con una democraticità essenziale propria che non soffre degli stravolgimenti che invece hanno subito i cugini Facebook, Twitter e Instagram. Forse YouTube è il più solido strumento di diffusione dei contenuti che sia mai stato creato e il secondo “motore di ricerca” (consentitemi la definizione) più utilizzato dopo Google. Il mio pensiero, in chiusura, va a Chad Hurley, Jawed Karim e Steve Chen i tre ragazzi che diedero vita al progetto e che hanno ceduto la loro creatura per 1,65 miliardi di dollari in azioni. Di Google naturalmente.

Oggi YouTube vale (secondo Bloomberg) 80 miliardi di dollari, offre lavoro a 15.000 persone solo in Italia e Oxford Economics ha stimato che, nel complesso, la piattaforma degli “Artisti e dei Vlogger” contribuisce al Pil italiano per 190 milioni di euro l’anno. 

Consigli di lettura

“La musica e i media digitali” – Gianni Sibilia (Bompiani) per capire da dove veniamo, musicalmente parlando, e dove stiamo andando. 


Questo pezzo è tratto dalla mia newsletter #OnWriting su LinkedIn.

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